Un burkini per l’iPhone

Disclaimer: il post non parla di smartphone né intende fare pubblicità ad un marchio specifico.

Secondo me nella discussione mainstream sulla faccenda del costume molto integrale, più di una tuta da sub, vietato dai sindaci di alcune città balneari francesi si stanno mancando almeno un paio di punti.

Premessa: la scarsa considerazione per le donne nell’islam (come peraltro nella stragrande maggioranza delle religioni attualmente esistenti) è fuori dubbio. Gli effetti si vedono, ad esempio, nella legislazione dell’Arabia Saudita, che si ispira alla legge islamica. Tuttavia, quando posti di fronte al problema in una discussione pubblica, i musulmani iniziano delle arrampicate sugli specchi che, per quanto non convincenti, non hanno dei “centri di fallacia” facilmente individuabili. La cosa si complica nei Paesi illuministi, dove la discriminazione legale “all’Arabia Saudita” non esiste e sostanzialmente l’unico tratto distintivo visibile tra uomini e donne musulmane è dato dal velo, che però è un appiglio scivoloso perché, insomma, in tali Paesi ognuno può indossare quel che vuole.

Poi un giorno, per caso, ho capito dove sta il punto. Mi è capitato sotto gli occhi il post di una pagina, in lingua italiana, dedicata alla spiegazione dell’islam. In tale post si parlava di un padre musulmano che chiedeva alla sua figlia come mai mettesse la cover al suo iPhone, se per caso fosse un segno di mancanza di rispetto per il suo iPhone, se per caso il suo iPhone fosse meno bello con la cover, etc., e dopo la serie di rispettive risposte negative le metteva il velo dicendo che non è una mancanza di rispetto, non la rende meno bella, etc.

Il punto è proprio questo. Per i musulmani la donna è un iPhone, ovvero un oggetto, per quanto di valore, di proprietà del maschio di turno. A posteriori non so perché non ci abbia pensato prima, forse perché per me tutte le persone sono persone e quindi mi è stato difficile comprendere un modo di pensare che non vivo; a mia parziale giustificazione, il fatto che l’argomentazione sembrasse convincente al gestore della pagina mi dice che anche lui, come altri musulmani, ha interiorizzato quel modo di pensare senza rendersene pienamente conto.

Ora, avere rispetto per un oggetto non ha senso, ma si può certamente prendersene cura. Ci si può prendere cura anche di una pianta, un animale o di una persona, ma solo per una persona, o al più un animale, si può avere rispetto: è ora chiaro che, quando i musulmani affermano nelle loro argomentazioni scivolose di rispettare la donna, in realtà dicono semplicemente di prendersene cura, come di un oggetto. Io ho passato diverse ore a pulire e riparare la mia bici, e cerco di farle prendere meno pioggia possibile, ma non penso che abbia una personalità e delle aspirazioni autonome: me ne prendo cura, non la rispetto, perché “rispettare una bici” è un concetto privo di significato.

Torniamo ora all’argomento caldo di questi giorni non meno freschi. Senza altre condizioni al contorno, vietare un abbigliamento va certamente contro i principi di libertà che ispirano le società illuministe. D’altra parte, abbiamo visto che nella schiacciante maggioranza dei casi il burkini non è un capo di abbigliamento ma una cover per l’iPhone di un maschio musulmano, e la donna che lo indossa non vuole indossarlo, ma soltanto “vuole”, nel senso che è costretta a farlo da un sistema culturale che la considera un oggetto. Tuttavia, adottando un punto di vista più pragmatico, per una tale donna la scelta (non sua, ripetiamolo) è spesso tra “andare in spiaggia col burkini” e “non andare in spiaggia”, e forse è meglio la prima per evitare quell’isolamento che porta solo ad estremismi. Insomma, la questione non è così semplice come traspare dal dibattito mainstream. Pertanto, una soluzione giusta, e potrebbe esisterne più di una, ha un respiro, sia temporale sia sociale, ben più ampio di un’ordinanza comunale.

Il mio auspicio è che le donne lascino la religione che le opprime (e anche gli eventuali mariti violenti verso di loro, ma questa è, parzialmente, un’altra storia). Mi rendo perfettamente conto che per gli apostati dell’islam è prevista la morte: ricordo allora che “uccidete quella perché ha lasciato l’islam” è un reato, più precisamente istigazione a delinquere, e il fatto che sia commesso per motivi religiosi dovrebbe, a mio modo di vedere, essere un aggravante. Spererei di vedere primi ministri fare quest’appello a tutti coloro che hanno la loro vita soggiogata dalla religione, invece di lanciare lì un “il burkini è incompatibile coi valori repubblicani”, frase magari anche sensata, ma che richiederebbe un attimo di giustificazione ed approfondimento, ma si sa che considerazioni elettorali prevalgono sempre sulla cosa giusta da fare.

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